La parabola dei talenti, che la Chiesa ci propone nella trentatreesima domenica del tempo ordinario, penultima dell'anno liturgico, è senz'altro una delle più note fra quelle che il Signore ha narrato.
I fronti, sui quali veniamo chiamati in causa, sono vari e ciascuno col suo peso.
Potremmo chiederci che cosa impedisce al terzo servo, quello cui viene affidato un solo talento, di moltiplicare il dono ricevuto.
Forse il fatto di avere ricevuto, rispetto agli altri due, un talento e basta, come se il padrone in anticipo avesse saputo che lui più di tanto non avrebbe potuto dare?
Questo, tuttavia, equivarrebbe a dire che il Signore, raffigurato nel padrone dei servi, fa disparità di trattamento e non crede fino in fondo in noi, ma ciò è impossibile! Oltre che mostruoso!
Già le disparità sono una piaga e un bubbone che guastano i rapporti, figlie quasi sempre di consce ed esibite superiorità di alcuni rispetto ad altri.
Se poi ci si mettesse anche Dio!
Il terzo servo non può moltiplicare il dono ricevuto perché non lo sente suo. Infatti, rispondendo al padrone, afferma: 'il tuo talento' ed 'ecco ciò che è tuo' (letteralmente: 'ecco, hai il tuo'), ma, così dicendo, egli mette in evidenza una distanza fra sé e il padrone, fra le proprie e le sue cose, che è nel suo cuore e che non gli fa scattare la molla del'impegno e del darsi da fare.
Quel talento non è suo, è del padrone, basta. Meglio, dunque, sotterrarlo perché - lui ragiona in questi termini - 'non è mio e allora non si sa mai'.
Gli altri due, invece, onorati della fiducia riposta in essi, si buttano capo e collo nell'impresa e moltiplicano i talenti: li sentono di loro proprietà, per questo rischiano anche e non si lasciano paralizzare da inutili dietrologie e ipocrite prudenze.
Ma alla radice sta un diverso rapporto con il padrone: i primi due si fidano e danno credito, il terzo è guardingo e spaventato; e se fidarsi non è adulare, essere guardinghi è fraintendere clamorosamente.
Così noi.
Non importa se abbiamo ricevuto dal Signore uno o più talenti, quanto il fatto che li moltiplichiamo. Ma per moltiplicarli ci vogliono cuore, anima, passione; e cuore, anima, passione non ci saranno mai se quei talenti non li percepiremo come nostri, come affidati alle nostre cure; se il rapporto con il Signore non si aprirà alla fiducia; se saremo dell'avviso che con Dio è meglio non rischiare e che il principio 'tu tieniti il tuo, io mi tengo il mio' possa ispirare il nostro rapporto con lui.
